Su Informationweek Kevin Casey raccoglie le considerazione dell'azienda in startup Curebit, specializzata in social commerce, raccontando alcuni degli aspetti più interessanti sulla condivisione - o non condivisione - di un prodotto sui social media da parte degli utenti.

C'è una quantità pazzesca di strumenti social media sul mercato per le piccole e medie imprese (PMI).
Molti di questi hanno a che fare con il potere della condivisione: in altre parole il passaparola, digitalizzato e amplificato da un mondo sempre più social
Se riuscite a convincere un consumatore a parlare di voi a 3 suoi amici, che a loro volta potrebbero fare lo stesso con altri 3, ecco che avrete ottenuto un profitto assicurato.
Ma allora perché alcune aziende e prodotti generano più condivisione sociale rispetto ad altri?

Rispondere a questa domanda è fondamentale per il fatturato di Curebit, azienda che integra le popolari piattaforme di e-commerce per incoraggiare gli acquirenti a raccontare ai loro amici che che cosa hanno comprato (soprattuto via e-mail, Facebook e Twitter). Non è del tutto diverso da siti come LivingSocial o altri che propongono prodotti in offerta o buoni, per i cacciatori di occasioni che possono convincere gli amici a partecipare alla stessa promozione. Curebit ha anche una versione offline in preparazione per le vendite di società di e-commerce che possiedono punti vendita reali.

Il capo marketing della startup, Jack Yu, in un'intervista ha illustrato qualche dato e le corrispondenti analisi.
Ecco dunque 5 risultati che dovrebbero aiutare le pmi a prendere decisioni strategiche sul come, chi, cosa, perché e dove concentrare gli sforzi di marketing.

1. I consumatori condividono prodotti originali più spesso dei prodotti generici.

Curebit ha scoperto tassi di condivisione più alti per i prodotti considerati "originali". Ovvero, i prodotti che non possono essere trovati in gran quantità online e offline, come custodie per iPad fatte a mano o candele che contengono anelli di diamanti (si, non sto scherzando). Gli acquirenti, dopo aver comprato i prodotti, li condividono molto più spesso rispetto a, per esempio, caffettiere o detersivi, che sono considerati prodotti di base.
Yu afferma "Abbiamo visto più che duplicarsi il livello di condivisione per prodotti originali rispetto ai prodotti basici". "Per esempio - continua - le candele con i diamanti citate prima e le custodie iPad personalizzate - entrambi attuali clienti di Curebit - hanno visto un tasso di condivisione che sfiora il 60%, mentre abbiamo notato che un'azienda che vendeva generici accessori per cellulari aveva un tasso del 19%. Un'azienda che produceva coperture per macchine-considerato allo stesso modo come prodotto base-ha raggiunto un tasso del 36%, simile a quello dei prodotti originali." (Curebit definisce il tasso di condivisione il numero di volte che un prodotto viene condiviso, diviso il numero di volte che viene visualizzato).
"In questo caso, è importante che le aziende capiscano che è importante concentrare le loro campagne su dei prodotti che i clienti fanno più fatica a procurarsi".

2. Grandi sconti non assicurano una maggior condivisione.

La mania delle aziende per l'offerta del giorno potrebbe indurre le PMI a pensare che le fantasmagoriche offerte del tipo "60% di sconto!" siano le migliori per generare interesse su un determinato tipo di prodotto scontato. Non è necessariamente così.
Yu sostiene che un cliente di Curebit, produttore di braccialetti medici di segnalazione aveva ottenuto dei risultati generalmente positivi nelle sue campagne per i pazienti, ma quando l'azienda ha raddoppiato gli sconti campagna dopo campagna lui non ha visto alcun cambiamento nel tasso di condivisione.

3. I messaggi contano più degli promozioni

Un'attenzione certosina verso il messaggio perfetto, al contrario, può fare una differenza mostruosa in termini di risultati. Lo stesso produttore di braccialetti medici ha detto che il suo tasso di condivisioni è schizzato dal 17 al 40% semplicemente modificato il suo messaggio originale del "Dillo ai tuoi amici e vinci XXX dollari" e senza aver cambiato minimamente l'offerta di riferimento. Sono tutte buone notizie per le PMI con budget limitato.

"Anche se diverse aziende scelgono la strada della grande offerta, tipo un 50% di sconto in stile Groupoon, potete al contrario ottenere aumenti con margini migliori ottimizzando e perfezionando i vostri messaggi." Yu non ha voluto svelare il suo segreto personale per il messaggio vincente, ma ha detto che il cambiamento ha profondamente influito sulla de-enfatizzazione della parola "amico" nell'offerta originale, che si rivelava essere poco redditizia.

"I consumatori possono essere scoraggiati da un potenziale invio di messaggi spam agli amici. In altre parole, esiste un costo sociale nel condividere quello che non volete che i vostri clienti pensino. Se alleviate tutto questo distraendoli con il messaggio giusto, potete migliorare il vostro tasso di condivisione, e anche di molto."

4. Le donne condividono più degli uomini.

Quando Curebit elenca le aziende che hanno come obiettivo primario le clienti femminili, rispetto a quelle che vendono prodotti soprattutto per uomini, i dati indicano tassi di condivisone significativamente più alti per le donne.
(Potrebbe anche esistere una correlazione con i prodotti originali e quelli base).
Potremmo però cadere in una eccessiva generalizzazione, la situazione cambia da azienda ad azienda, ma c'è un motivo se il piano marketing di una boutique di abiti per neonati appare diverso da quella di un rivenditore di pezzi per automobili.
Infatti, usando questi settori come esempi concreti, Curebit ha visto livelli di condivisione raggiungere il 60 % per i prodotti "femminili" , mentre le campagne "maschili" di maggior successo hanno sfiorato il 36%. "Anche le performance più deludenti dal lato femminile possono arrivare fino al 40%."

5. La popolarità dei canali di condivisione varia da settore a settore.

Come regola generale, Yu sostiene che i tassi di condivisione tendono ad essere più alti per le email e Facebook rispetto a Twitter (Curebit con LinkedIn sta muovendo i primi passi, mentre l'approccio per Google è del tipo "aspettiamo e vediamo"). Detto ciò. lui nota che diversi settori e imprese potrebbero avere più successo con le email, mentre altri potrebbero essere più adatti per Facebook e Twitter, ed altri ancora potrebbero sperimentare performance migliori su Twitter.
"Vale la pena che le aziende testino ogni canale e non facciano esclusivo affidamento su congetture che derivano dalle tendenze più generali del settore".

 

[fonte: http://www.informationweek.com/news/smb/ebusiness/231902160]
[immagine: http://www.curebit.com/]