Black hat SEO o White SEO? Io sto con Google

Black hat SEO o White SEO? La SEO che vuole fregare Google frega l’utente

Black Hat SEO: il lato oscuro e pericoloso del web marketing? Sì, ma anche un grande tentativo di prendere per il culo gli utenti che fanno ricerche e navigano sul web. Ecco perché il mio approccio alla SEO sta dalla parte di google e di chi vuole restituire un valore e chi naviga (che per me rimane un elemento centrale di qualsiasi strategia di web marketing).

Molti personal coach ti insegnano a focalizzare gli elementi di positività e a lasciar perdere le critiche al resto del mondo, se vuoi aver successo. Ad esempio, anziché lamentarsi per l’insostenibilità delle tasse, lavorare per migliorare il tuo reddito e guadagnare di più, al fine di riuscire a pagarle. Ok, detta così è una stroncata colossale, ma il concetto di fondo mi piace: inutile lamentarsi, meglio lavorare. Mi ci trovo in una teoretica della pratica positiva.

Anche il mio approccio alla SEO, non è mai cambiato con gli anni, anche quando ancora non la chiamavo SEO ma, più semplicemente, tecniche di posizionamento di un sui motori di ricerca. SEO è un bell’acronimo che è diventata un0’etichetta commerciale per molti professionisti, la fine di riuscire a mettere una voce in più nella fattura del cliente. La SEO è diventata una parola conosciuta anche tra i non addetti ai lavori del marketing digitale e, a volte, sembra inseguita dagli imprenditori come la pratica definitiva per avere successo online. No, non è così, ahimè, o, per lo meno, non solo. La SEO è una delle possibilità che hai quando ti affacci al mondo del marketing digitale e non è la più economica. Non è detto sia neppure quella a più alto rendimento. Per tutto ci vuole un’analisi e un bravo consulente SEO sa dirti se la SEO è la risposta alle tue necessità. Ma se è bravo, ti dirà anche quando non lo è, rischiando così di perderti come cliente.

Ora, ammettiamo che il tuo caso sia quello di un’azienda che ha veramente bisogno di un’attività si ottimizzazione per aumentare gli accessi – e le conversioni – sul sito web. In questo caso si aprono due grandi scenari per impostare il lavoro. Che sono due scenari mentali, due pensieri ed idee della SEO veramente agli antipodi

A. Trovare il modo di fregare Google

Fregare Google significa riuscire a far apparire una pagina del proprio sito web nelle prime posizioni su una determinata keyword (= frase di ricerca) sfruttando a proprio vantaggio tutte quelle tecniche che mi permettono di far credere a Google che la mia pagina è la più importante per chi effettua quella ricerca.
Ora – per semplificare al massimo – io so che quando si parla di SEO e di quello che è più o meno lecito fare, camminiamo su un filo che divide due fazioni di professionisti, e che per alcuni una cosa è bene, per altri è male, e che tutto dipende da che tipo di filosofia SEO hanno abbracciato, con quali risultati si sono confrontati, che esperienze hanno avuto e che estrazione di studi hanno avuto.
Ma per me tentare di fregare Google in qualche modo significa tentare di fregare l’utente. Perché, se Google vuole restituire il miglior risultato possibile su una determinata ricerca, tentare di fregarlo significa non aiutarlo nel suo scopo. Al che, se riusciamo nel nostro intento, il primo risultato proposto non sarà davvero il migliore.
E in qualche modo abbiamo preso per il culo l’utente.

E come si fa?

Adottando una serie di tecniche che vengono definite Black SEO: sono tutte quelle pratiche che Google stesso disapprova e che vengono messe in campo, per l’appunto, per scalare con il proprio sito le posizioni della pagina dei risultati di Google (la SERP). Alcune tecniche, se scoperte da Google, possono portare al ban del sito (all’esclusione del sito) dai risultati delle ricerche su Google.

Ecco alcune tra le tattiche e le tecniche più conosciute (non è un elenco e non vuole essere esaustivo, serve solo a far capire l’approccio alla SEO “black”.

1. Content automation

Produzione dei contenuti automatica con dei bot: si utilizzano dei programmi per creare dei testi automaticamente, pescandoli da varie fonti e combinando i termini, al fine di incrementare la quantità di pagine e di testo prodotti. Si realizzano migliaia – o centinaia di migliaia – di pagine con un contento a dir poco “scadente” (ok, volevo dire dei contenuti di merda…) per realizzare siti di basso valore con l’unico scopo di dare dei link ad altri siti o per intercettare ricerche su keyword non estremamente competitive – soprattutto sulla coda lunga delle ricerche.

2. Doorway (Spamdexing)

Le pagine “doorway”, delle pagine index di un dominio create con l’obiettivo di posizionarsi su Google con le keyword secondarie o correlate: questi siti non fanno altro che  ridirezionare il visitatore in un altro sito, con contenuti molto simili, ma che – evidentemente – non intercettava quei termini di ricerca.

3. Keyword Stuffing

Riempire un testo all’inverosimile e in modo innaturale di quel termine che ci interessa per il posizionamento è un’altra tattica considerata scorretta, perché falsa in modo artificiale il senso del discorso.

4. Segnalare un concorrente per SPAM

Volete ammazzare – anche se in via temporanea – un concorrente? Si procede a segnalarlo a Google per Spam. La pratica funziona meglio, ovviamente, quando il concorrente qualcosa di spam lo sta facendo. Ma se un vostro concorrente riceve centinaia di segnalazioni per spam da fonti e località molto differente, la cosa comincia ad avere n senso per Google, anche se l’ignaro non sta commettendo nulla di male.

5. Sneaky Redirect

E’ un modo per tentare di mostra a Google una cosa e ridirezionare gli utenti ad un contenuto completamente differente. O alla versione desktop un contenuto e poi mandare gli utenti mobile su un altro. Sono dei ridirezionamenti in generale gestiti con dei programmi javascript. Una pratica che hackeraggio “con ritorno” (a differenza di chi lo fa per delle bravate) è fare questo a dei siti con un buon posizionamento per ridirezionare visitatori al proprio.

6. Cloaking

Una tattica con cui si presenta al motore di ricerca un contenuto differente rispetto a quello presente nella pagina e che viene mostrato al visitatore. Generalmente si fa ridirezionando ad un differenti IP un determinato “web browser”. Quando viene scoperto un bot di un motore di ricerca che accede al sito, questo viene trattato con un web browser distinto e ridirezionato ad un altro sito.

7. Schemi di link

Ce lo dice lo stesso Google:  Qualsiasi link mirato a manipolare il PageRank o il posizionamento di un sito nei risultati di ricerca di Google può essere considerato parte di uno schema di link e costituisce una violazione delle Istruzioni per i webmaster di Google. Ciò include qualsiasi comportamento che manipoli i link al tuo sito o i link in uscita dal tuo sito.

–  Acquisto o vendita di link: ciò include lo scambio di denaro in relazione a link o post che contengono link, lo scambio di beni o servizi in relazione a link o l’invio a qualcuno di un prodotto “gratuito” in cambio di una recensione positiva e dell’inclusione di un link.
–  Scambio eccessivo di link (“Collegati a me e io mi collego a te”) o creazione di pagine partner esclusivamente per lo scambio di link.
Guest post su larga scala con link di anchor text pieni di parole chiave.
–  Utilizzo di programmi o servizi automatizzati (bot) per creare link al tuo sito.
– uso di link farm: siti che servono solo a ospitare link e vendono link nelle pagine migliori

Chi fa black Seo sa che a tentare di fregare Google spesso finisce male. Magari non nel breve termine, ma nel medio e lungo termine, le cose si equilibrano. Magari per qualche anni va bene, poi arriva un aggiornamento del software di Google che riesce a “capire” cosa stai combinando con il tuo sito e questo sparisce dai risultati dei motori di ricerca.

Ma il problema, come dicevo prima, sta a monte. Hai due modi di approcciarti alla SEO: o contro Google per tentare di raggiungere il massimo del posizionamento in qualsiasi modo, indipendentemente dal tuo contenuto…o di aiutare Google a dare il giusto posizionamento al tuo sito in modo armonico e naturale.

B. Aiutare Google a restituire un valore all’utente

A volte non è facile farsi capire da Google. intanto ci vuole tempo. Perchè un gigante si accorga che quella forbicina sta lavorando bene, ci vuole tempo. LA forbicina deve accostare più di una briciola perché gli occhi del giganti se ne accorgano. Anche perché, attorno a lei ci sono milioni di formiche che stanno tentando di fare la stessa cosa. E il gigante deve, in qualche modo, valutare il lavoro di tutte. Ecco in un’immagine che cos’è la SEO al servizio dell’utente: creare un valore unico e speciale per le persone, tentando di fare capire a Google l’importanza del nostro contenuto.

In quest’ottica lavorare sull’ottimizzazione del sito web significa lavorare per l’utente, per la sua comprensione, per la sua esperienza  di navigazione e per fargli trovare ciò che sta cercando:

  • pensare alla velocità del sito (niente rallentamenti per codici, serve lenti… )
  • far sempre trovare la pagina all’utente (niente errori 404, niente down del server… )
  • accompagnare con la grafica una corretta esperienza di navigazione (font leggibili, elementi da cliccare distanziati, facilità nel navigare le pagine del sito)
  • far capire di cosa si sta parlando, approfondendo sulla pagina i contenuti o far proseguire l’approfondimento su siti che scavano in verticale su segmenti della conoscenza correlati a quello che stiamo sviscerando
  • utilizzare un linguaggio semplice e comprensibile dalla maggior parte delle persone e far capire a tutti di cosa stiamo parlando, utilizzando la keyword principale sul titolo e all’inizio del testo, in modo che sia inequivocabile l’argomento principale (se non interessa un utente non clima o non rimane dentro alla pagina)
  • pensare a qualcosa sull’argomento che non sia ancora stato scritto, per non aggiungere un’altra pagina a quel che già dicono la stessa cosa in salsa differente
  • … insomma, pensare a tutto quello che da valore, semplifica la vita, aiuta e può piacere all’utente.

Conclusione

Ovviamente la strada della luce è irta e non da garanzie. E’ una sfida e un grosso impegno, che non deve far lesinare risorse ed impegno, con l’obiettivo, però, di raggiungere risultati duraturi. Qualsiasi essi siano.
Perché dobbiamo metterci il cuore in pace: se il nostro contenuto non lo merita – o se non merita, in generale, il nostro sito – non riusciremo a scalare le classifiche di Google. E resterete sempre ai margini con poco traffico “importante” e senza intercettare le richieste su web che potrebbero valere di più.
Dura la vita della persona per bene? No, perché quando ci riuscite, i risultati saranno di lungo termine e nessuna aggiornamento di Google vi scalzerà dal podio, perché state facendo ciò che anche lui cerca: dare soddisfazione a chi effettua una ricerca. E se siete suo alleati… Google vi vuole bene :-)

[Voti: 2    Media Voto: 5/5]
Black hat SEO o White SEO? La SEO che vuole fregare Google frega l’utente ultima modifica: 2015-12-28T09:39:12+00:00 da Giovanni Fracasso


 

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