Già da parecchio tempo reputo inutili e controproducenti la maggior parte delle pagine "azienda", "mission", "filosofia" dei siti di presentazione che gli imprenditori sono soddisfatti ed orgogliosi di farsi fare.
Pagine aziendali (o di prodotto) che in prima battuta potrebbero essere inquadrate al limite dell'autoerotismo imprenditoriale, in realtà diventano la fiera dei luoghi comuni e delle banalità: non ditemi che anche voi non vi site stancati delle "giovani realtà dinamiche", della "visione innovativa", dei "clienti che sono partner" e di queste balle varie.
Ora, non dico che nella testa di chi le concepisce e le brama, al punto da metterle in alcune delle pagine più importanti del suo sito, non rappresentino il loro percepito dell'azienda. Perché, in fondo, riusciamo a dire e a far esistere, quello che conosciamo. E il limite diventa cognitivo. Quindi non è colpa loro. O di presunti copy, più o meno improvvisati.
Ma davvero, al di là di ogni giustificazione, non se ne può più.
Una volta avevamo le intro in Flash e oggi, lascito degli anni '90 del digital, ci sono le giovani realtà dinamiche.

Aggiungiamoci il fatto che per la presentazione dei servizi e dei prodotti si danno nomi come sigle (art. 1, art. b0014), per arrivare a definizione tecniche/di settore incomprensibili ai più (crema terminativa, anziché crema anticellulite, per fare un esempio facile).

Ed è proprio su questo punto poi, in realtà, che si va a giocare l'intercettazione del cliente per l'inbound marketing, la facile presentazione di quello che si vende e la conversione. Perché il "chi siamo" e la "filosofia", proprio per la loro generale inutilità, neppure vengono più lette dai navigatori. Siamo infatti da qualche anno alla concezione del sito che punta tutto sui prodotti, perché l'azienda, mediamente, sembra non abbia nulla da dire nelle pagine di presentazione (in altri termini: non è in grado di trasmettere un valore dalle pagine istituzionali).

Poi, tra ieri e oggi, ho letto due punti di vista molto interessanti che estendono (in un certo modo...o fanno estendere a me, insomma...) questa considerazione sul lato social media optimization e SEO.

In QUESTO articolo di Maria Cristina Pizzato si parla di come ottimizzare il proprio profilo LinkedIn per farsi trovare più facilmente dai propri clienti. In particolare mi soffermo su questo punto:

"Ci sono modi semplici per trasformare un titolo insignificante in uno più coinvolgente ed efficace. Come anticipavo, un buon metodo è quello di spiegare cosa fai e come risolvi i problemi di chi cerca una figura come la tua. Ricordati inoltre che i contenuti della headline sono indicizzati dal motore di ricerca interno a LinkedIn.
Cattivo esempio:
Web Marketing Manager
Buon esempio:
Aiuto aziende e professionisti a migliorare la loro presenza on line.
"

Dal punto di vista della SEO, QUESTO articolo di Francesco Margherita dice una cosa simile, preso da un altro punto di vista, quello delle ontologie laterali: l'obiettivo è quello di intercettare le query sui motori di ricerca di chi non sa proprio come si chiama quello che sta cercando, andando quindi ad utilizzare delle "concettualizzazioni", per trovare una risposta alla necessità espressa.
L'esempio, un po' iperbolico che porta è quello della cassata siciliana:

"Sapresti far capire a Google che ti interessa la cassata siciliana senza scrivere su Google né cassata né siciliana?[...]Cosa tonda con i canditi"

Insomma, se io la prendo dal punto del corretto linguaggio per presentare l'azienda, i prodotti, i servizi, al fine di farsi capire dalle persone con le quale si interloquisce (nella ferma e somma convenzione che il grande divulgatore non è quello che infarcisce le sue spiegazione di tecnicismi spinti da "detti ai lavori, ma quello che si rende popolare anche l'argomento più difficile), Maria Cristina la prende di petto come un problema di Social Media(Marketing) Optimization e Francesco si concentra sul miglioramento dell'attività di ottimizzazione del sito web.

Quindi, che cosa fare?

Il mio suggerimento è abbastanza semplice.
Mia nonna mi diceva sempre, con uno sbotto in veneto "Parla come che te magni" (cerca di parlare come mangi, ovvero in modo semplice e naturale, non in modo artificioso, innaturale, strambo, scomposto, non rispettoso degli altri commensali etc..).

Mettendosi nei panni dei propri interlocutori (un possibile cliente che legge il tuo company profile, che si trova a riguardare il tuo biglietto da visita, che entra nel tuo sito per vedere cosa fai e cosa vendi, che effettua una ricerca su google per cercare un prodotto che gli serve, che ha intercettato un tuo commento sui social e va a vedere il tuo profilo...) e scrivendo con un linguaggio umano, cercando di spiegare in modo chiaro e semplice - anche per chi non conosce la materia di cui trattiamo - i temi di cui discorriamo, migliora tutto.
Migliora la percezione che gli utenti avranno di noi quando arrivano sul sito web e quando scoprono i nostri prodotti/servizi.
Migliora sia l'usabilità che la User Experience del nostro sito web.
Migliora la SEO perché intercettiamo richieste di chi non è del nostro settore o non è un tecnico.
Migliora l'idea che si fanno le persone quando vedono la nostra scheda sui social.
Migliora la conversione (e vendiamo di più).

Mi piace pensare che se sviluppiamo meglio le nostre presentazioni e le nostre riflessioni includendo informazioni anche per chi non è specializzato sui temi trattati, miglioriamo - in piccola parte - il mondo.

Perché mettiamo per davvero le persone al centro (e non come vuota formula di comunicazione da inserire nella propria presentazione).
Come nel vostro company profile insomma :-)