conoscere donna bella

[Vedete cosa dobbiamo fare per farvi leggere un contenuto senza tette o battutacce?]

Qualche anno fa, poco prima di una dipartita che se non fossi scettica mi verrebbe da attribuire alle stramaledizioni che gli lanciarono allora gli italiani, i quali non sapevano che poteva solo andare peggio, che l'avrebbe fatto e lo sta facendo, l'allora ministro dell'Economia e delle Finanze dichiarò che le tasse sono una cosa bellissima.

Ci ho pensato proprio ieri, nell'ambito di una considerazione sui social network, che a mio avviso hanno smesso di essere una cosa bellissima, ammesso e non concesso che lo siano mai stati tout court, eppure continuano ad essere strettamente, nonché da un certo punto di vista tristemente necessari.

La prima cosa che facciamo per cercare informazioni oggi è andare su internet: per aziende, liberi professionisti, onlus e qualsiasi tipo di organizzazione non basta più avere un sito internet ed un indirizzo email.

L'imperativo categorico del terzo millennio è essere sui social.

Se non ci sei, semplicemente non esisti: non hai opinioni, idee, non sei aggiornato, sembri quasi socialmente pericoloso, perché è evidente che hai qualcosa da nascondere, altrimenti come è possibile che tu non sia su Facebook?

Io sui social ci passo un sacco di tempo, decisamente troppo: ogni tanto mi prende la voglia di chiudere tutto, staccare la spina del modem e disattivare il traffico dati dello smartphone, finchè è ancora possibile: nelle distopie che a volte mi affollano la testa c'è infatti un mondo in cui non sia più concesso farlo, e già adesso è parecchio difficile.
L'asilo di mio figlio, per dirne una, non manda più gli avvisi a casa, li pubblica solo sul sito e spetta a noi genitori controllare settimanalmente la presenza di nuove comunicazioni.
Non lo faccio mai, tra l'altro, ma il senso è che Internet è obbligatorio, e con esso diventano inevitabili le decine di notifiche che affollano il display del telefonino.
Anzi, del telefonone, visto che dopo anni in cui andava di moda averlo piccolo ora è tornata l'ansia a chi ce l'ha più lungo, e sto ancora parlando di telefono, anche se è inevitabile farsi qualche domanda sulle proiezioni di sè e dei propri attributi fisici e mentali che queste tendenze rivelano neanche troppo tra le righe.

Sono nati i social media manager, i social media analyst, strategist, i content writer, i SEO strategist, gli editor, gli influencer, le webstar, gli igers, gli youtuber, i blogger. Un sacco di gente, inclusa me, che spera di arrivare a fine mese consumandosi occhi, schiena, dita e meningi in quello che ormai sembra un vano tentativo di individuare, proporre ed elaborare contenuti interessanti, nuovi, stimolanti.

Tutti vediamo qualcosa: un prodotto, un marchio, la nostra immagine. Pubblichiamo foto e post più o meno lunghi per mostrare quanto siamo belli, interessanti, dinamici, autoironici, cosa mangiamo, cosa indossiamo, cosa leggiamo.
Anch'io lo faccio, spesso deliberatamente: prima di pubblicare una foto, di scrivere un post o un tweet, di usare un determinato hashtag o condividere un certo articolo spesso so già in anticipo quali dei miei contatti reagiranno, quali commenteranno, metteranno like o contesteranno una mia posizione.

Per le aziende è uguale: da quando il Cluetrain Manifesto ci ha mostrato, alla fine degli anni '90, che i mercati sono conversazioni, e che chi domina le conversazioni domina i mercati, ci siamo precipitati sui social e ne siamo rimasti invischiati come non avremmo mai creduto fosse possibile, spesso in forme molto più subdole ed efficaci di quanto riusciamo a renderci veramente conto di ciò che sta succedendo.

Solo che la tesi del Cluetrain manifesto è in effetti obsoleta: alla gran parte delle conversazioni (non tutte, beninteso) si è sostituito un grande, immenso coacervo di monologhi tanto incessanti quanto autoriferiti, un contesto in cui diventa ancora più difficile per le aziende riuscire davvero a trasmettere il messaggio.

Se all'inizio dell'epoca dei social per le aziende era necessario esserci per riuscire a raggiungere i clienti e comunicare con loro, trasmettendo un messaggio vagamente pubblicitario, oggi l'unico modo efficace di fare comunicazione d'impresa è il cosiddetto engagement: non ci sentiamo più vicini ad un marchio perchè dice cose che ci piacciono e ci corrispondono, ma perchè ci "permette" di costruire contenuti e condividere aspetti della nostra vita sotto la sua egida rassicurante e protettiva.

I brand offrono visibilità ai propri followers, che raggiungono attraverso dispositivi che rendono più facile, interessante e divertente scattare una foto e pubblicarla che non guardare quelle degli altri.

I filtri di instagram le opzioni di postproduzione fotografica, la presenza stessa di un'app come quella di Wordpress sul telefono da cui sto scrivendo ci inducono a cedere alla tentazione di "esprimere la nostra personalità" e dimostrare di essere "unici" in ogni istante, condividendo cosa vediamo, mangiamo etc.

Il problema è che siamo così impegnati a farlo, siamo così bombardati di informazioni, richieste, immagini, messaggi da non capire più quali meritino il nostro tempo e la nostra attenzione, quali possano davvero esserci utili nella vita reale, ormai così pervasa dalla dimensione "virtuale" da non avere più confini spaziali e temporali.

Per chi fa social per lavoro, per chi cerca ancora di usare i social per il motivo originale per il quale le aziende hanno aperto i profili, e cioè portare visite al proprio sito, al proprio negozio online, al blog, insomma per invitarci a fare qualcosa, la situazione sta diventando insostenibile.

La bolla dei cosiddetti influencer, ovvero i super-utenti in grado di portare visite e vendite (i testimonial di una volta, insomma) sta scoppiando: è difficile capire chi veramente possa portarti visibilità, chi sia seguito dal target giusto, chi abbia le competenze e la reputazione reale necessaria a dare un senso a tutte queste costose attività promozionali dalla massa di scrocconi e disperati che elemosinano prodotti gratis, paghette vergognose ed illusioni di fama e consensi.

Il problema non è solo che gli algoritmi di Facebook nascondono i contenuti delle pagine anche a chi ha già messo il mi piace e segue le pagine: il problema é che tra i contenuti seri, interessanti, curati etc. si insinuano migliaia di post vuoti, insulsi, banali: i test, le notizie di gossip inventato di sana pianta o costruito attorno al nulla; i titoli "call-to-action" che vogliono costringerti a cliccare per sapere cosa dice, salvo restare inevitabilmente delusi dal vuoto cosmico che si nasconde dietro alla foto, o dietro ad un lancio ingannevole.

Visto perchè non c'è un selfie nuda?

Purtroppo le statistiche premiano questo tipo di contenuti "farlocchi", costringendo siti anche prestigiosi (penso magari a case editrici, quotidiani etc) a ricorrere a questi mezzucci per portare le visite necessarie ad ottenere inserzioni daglo sponsor, e quindi a mantenere tutta la baracca.
Nel libro che sto leggendo ad un certo punto uno dei protagonisti dice che non lo spaventa tanto l'ordinarietà dei singoli individui, ma quella delle masse. E le masse, contrariamente a quanto preferiamo pensare noi poveri ingenui, le masse vogliono la fuffa. E non importa se ti fa schifo, se non è coerente con la tua identità e con la tua "missione": se vuoi sopravvivere servono i soldi, e se vuoi i soldi servono le visite.

Se vuoi le visite, devi pubblicare, tra i contenuti di valore (che vedranno in dieci) un sacco di MERDA.

La quale, oltre a non essere d'artista come in quella famosa opera d'arte pop, non è sinonimo di cazzeggio: io sono socio sostenitore e praticante della (non troppo) nobile arte del cazzeggio, sia online che offline. Anche quando non si discute di massimi sistemi, però, inizio a sentire l'esigenza di un livello minimo sindacale che non offenda la mia intelligenza.

Chiunque faccia uno dei lavori social di cui sopra sa quanto spesso capita cbe contenuti curati, per cui hai impiegato ore o anche giorni, facendo ricerche etc. vengano drammaticamente ignorati, mentre a volte post intrisi di pura fuffa buttati lì a caso per disperazione ricevono un sacco di like e condivisioni. È un peccato, sapete, sia per le aziende che per gli utenti, o almeno per quel tipo di utente che invece spera di arricchirsi e migliorarsi, quello che considerava internet una cosa bellissima nella misura in cui ti permette (va) di avere facilmente accesso ad informazioni e notizie da tutto il mondo, di scambiare idee e discutere con persone dagli stessi interessi, di raggiungere consumatori potenzialmente interessati ma non abbastanza vicini da poter essere raggiunti attraverso altri canali.

Ci sono, i contenuti interessanti e di valore.

Ci sono un sacco di aziende che cercano di comunicare bene, di giocare pulito, di essere oneste e trasparenti (il che non significa mettere tutto quello che gli passa per la testa fregandosene di forma, stile, grammatica, estetica etc).

Ma è sempre più difficile scovarli, ed è sempre più difficile trovare motivazioni per farli.