Articolo di Alessia Antoniazzi

Ci sono momenti, nella vita di una "giovane" (ehmehehm) blogger, che sono come pietre miliari. Tipo il primo guestpost, il primo flame, il primo troll (azz, mi manca... non sono ancora famosa, me ne devo fare un ragione), la prima INTERVISTA. Cioè intervista vera, non quelle cosine tra blogger che tu intervisti me ed io intervisto te e insomma dai che tiriamo su due trecentoviste in più, provare non guasta. Un'intervista a uno di quelli seri, di quelli noti, conosciuti etc.

Okay taglio corto.

Cucchiaio d'Argento - Stefano CaffarriIl fatto è che con la scusa dei post sulla food photography che trovate qui, mi sono fatta prendere un pochino la mano dall'entusiasmo, temo, e m'è venuta voglia di chiudere in bellezza. Sapete, fatto trenta, facciamo trentuno, non c'è due senza tre eccetera. Allora siccome io sono una un pochino foodie (ma non foodblogger, eh) seguo 'qualche' pagina, sito, profilo etc. Tra questi naturalmente anche il Cucchiaio d'Argento, versione online e parecchio 2.0 del Libro di Cucina per eccellenza, quello che quando ancora andava di moda mangiare sul serio si metteva tipo in lista nozze, e che è stato competamente ridisegnato, riconcepito ed è attualmente diretto dal critico enogastronomico, chef, fotografo, panificatore insomma fa un sacco di robe e tutte benissimo, (sì, questa è una sviolinata tout court) Stefano Caffarri.

Vedete, io Stefano non lo leggo solo per le ricette e le recensioni di ristoranti, vini, cantine etc (tipo questa o questa, per dire), recensioni che sono lirica,  pura sinestesia di sensazioni e suggestioni, e qui non sviolino affatto, mi limito a constatare, ma anche e soprattutto per la dissacrante ironia della sua rubrica 'Il sabato del Villaggio'. Last but not least, le gallery fotografiche dei suoi pezzi fanno storia a sé.

Al ristorante 'Lo Scrigno del Duomo' a Trento, il pane.

TANTA ROBA, ve l'ho detto. Voi capite che per una fissata col food come me l'idea di "intervistare" uno così un po' emoziona, ecco, per usare un eufemismo.

Dopo essermi assicurata su 42 siti diversi che il mio oroscopo del giorno prevedesse fortuna e prosperità, consultato i ching e compiuto almeno tre riti scaramantici aztechi, che azteco is the new maya, mi sono decisa a fare un respiro profondo e CHIEDERE se per caso, magari, se non era troppo disturbo eccetera. Ne è uscita, complice la notevole cortesia e disponibilità di Stefano (grazie te l'ho scritto, sì? beh, GRAZIEGRAZIEGRAZIE) , una conversazione tutto sommato breve ma estremamente densa, fin dalle prime battute. Leggete qua.

"Senza immagini si può fare un racconto. Senza immagini si può fare un racconto DI CIBO. Senza immagini NON si può fare un racconto di cibo su internet. ll problema è che se la foto è brutta, il racconto diventa irrilevante: il lettore lo salta."

E' lì che capisci che c'è un motivo, se lui è lui e io no, perchè in una frase ha detto quello che io non sono riuscita a dire in circa tremila parole, e ciao. Dal punto di vista di chi usa le immagini di cibo per comunicare e proporsi sui social network, questo mi sembra una specie di assioma, di quelli da stampare ed appendere in bacheca.

Ma continuiamo a parlare di fotografia, perchè, dice Stefano, quando si fotografa con uno smartphone  'ci sono due strade per le immagini: c'è il fotoritocco, che le può rendere più aggraziate, e per questo si usa Snapseed, e poi c'è l'istantanea, in cui conta solo lo scatto. E per questo si usa Instagram.

Può essere anche balengo, mosso, e soprattutto sballato nei colori, ma

l'istantanea non ha bisogno di grazia. la sua natura non è quella di una didascalia,  ma di un frammento di realtà dove ogni scatto è unico, anche se magari imperfetto secondo i canoni tradizionali della fotografia. In questo tipo di foto conta soprattutto l'unicità del momento, quindi la composizione ed il punto di vista, che insieme concorrono a raccontare un momento dal punto di vista di un io narrante fortemente presente, ancorché in apparenza celato.

L'unica cosa che l'istantanea deve raccontare è che quel cibo è stato (o sta per essere) mangiato.(goduto, assaporato, ndr). Non deve far venire voglia, un'istantanea, ma deve trasmettere, intatta e non filtrata, la voglia di mangiarlo da parte di chi l'ha fotografato.

Sono parole molto dense, quelle di Caffarri, e mi  permetto di interromperlo un istante per chiedergli se usare Instagram in questo modo, per questo tipo di foto, diciamo pura, del momento in sé, escluda un uso "strategico" del social network. privilegiando l'emozione a tutto il resto.

"No, -mi risponde subito, - non è questione di emozione, ma piuttosto di istinto. Il che non esclude affatto la strategia, anzi. E' come stare lì, appostati in un cespuglio del tempo,  a guardar passare le immagini. E quando passa quella giusta, tu PAM! La fucili."

L'istantanea, scattata e condivisa in tempo reale, è un tipo di fotografia che non si può "insegnare": certo ci sono le solite accortezze, ad esempio la luce, che deve essere obliqua, e laterale oppure frontale, per evitare ombre o, peggio, i riflessi del fotografo stesso specchiato inavvertitamente sul piatto o sul bicchiere, o l'inquadratura, per cui si usa il piatto stesso per fungere da ideale cornice al cibo, ed il punto di vista, che non deve mai essere dall'alto, per non  distorcere la prospettiva. "il piatto va guardato negli occhi", mi spiega Stefano, "devi metterti davanti e vedere che cosa ti dice. Sono cose che però uno applica quasi inconsapevolmente, nello scatto: un'istantanea non si costruisce, si "vede" e si cattura subito, nel momento. Ultima, ma non meno importante, dritta al volo è quella di non usare MAI il flash del telefonino, perché genera una luce troppo forte e diretta che rovina irrimediabilmente le foto."

Per tutto il resto c'è la post produzione, il fotoritocco, che corregge e migliora ed ammorbidisce ed accende i contrasti. Per chi lavora in reflex, lo scatto sarà in Raw, dove la postproduzione diventa arte essa stessa, parte del momento fotografico, come molti anni fa, quando per fare fotografia sul serio dovevi per forza passare dalla camera oscura. Oggi c'è Lightroom. Ma i miracoli, non li fa Lightroom, li fa il fotografo.

E aggiungo io, nel caso di Stefano è autentica magia.

Il mio prof di filosofia del liceo ha cercato di insegnarmi parecchie cose, parecchie invano, come del resto è destino, ma una me l'ha scolpita dentro: Si impara davvero solo per ammirazione.

I macaron di Anna Stube fotografati da Stefano Caffarri.

Se questa breve conversazione vi è sembrata intensa almeno la metà di quanto lo è stata per me, potete seguire Stefano su Instagram e soprattutto dedicare un po' di tempo alle immagini che ha scattato la scorsa settimana nel corso del Maserati Winter Tour, un viaggio di collaudo estremo della Quattroporte che lo ha portato, nella settimana di nevicate più intense dell'intero inverno, tra passi alpini e cucine d'eccellenza, commentate come di consueto da immagini e parole che sono cibo per l'anima.

Buona visione.

Image credits: le foto sono, naturalmente, di Stefano Caffarri, link all'articolo su ciascuna immagine.