I Grandi dati sono grosse quantità d'informazioni portate nello stesso posto, nel medesimo tempo, all'interno dello stesso processo che li elabora. Malcon Ryder

Grandi Dati

I Big Data (d'ora in poi Grandi Dati, visto che in italiano rende bene) sono quelle informazioni provenienti da differenti fonti (abitudini d'acquisto, relazioni sociali, informazioni personali, movimenti...) che vengono intersecate dal marketing per costruire profili comportamentali dettagliati. Ne ho parlato QUI citado il caso della ragazza che si è vista recapitare a casa la pubblicità destinata alla donne incinta prima che lo sapessero i genitori ed altri casi simili.  

I Grandi Dati ci sono e vengono giù usati.

E' palese che per la maggior parte delle aziende l'accesso a queste banche dati dettagliate è troppo costoso ed inaccessibile (anche perché la raccolta dei Grandi Dati è il risultato della differenziazione del business delle grandi aziende...e state sicuri che non cedono a terzi queste informazioni preziose) ed è altrettanto palese che questa profilazione d'alto livello è destinata a fare la differenza in un mondo di business che viaggia oramai online e dove i costi per arrivare al cliente finale, al TUO cliente finale, stanno diventano proibitivi.

I Grandi Dati acuiscono il fossato che divide le piccole e medie aziende dai big player del mercato mondiale, fossato che renderà sempre più difficile la competizione e l'emergere di nuovi attori negli anni a venire (ehi, ma non è già iniziata con le piccole medie aziende in crisi e il business interplanetario che continua a fiorire?)

Ma per qualcuno il problema con i Grandi Dati è più che una metodologia d'acquisizione di informazioni per il marketing. Entra nella dimensione umana della "problematica".

Stile che il loro utilizzo fa male.
E' male.
Sopratutto perché permea la stessa struttura della società, che viene vivisezionata nella sua cellula costitutiva, l'individuo, per scorporarlo sulla base di una metrica quantitativa.

Ma la correlazione delle grandi quantità d'informazioni (che è l'essenza stessa della parola Grandi Dati) non è conoscenza, non sarà mai esperienza o intuizione

Un modello matematico che capisce dalle mia abitudini e dai miei acquisti se sto facendo giardinaggio o se sono un serial killer ancora non c'è...
Ci vuole il profiler di Criminal Minds per mettere insieme le informazioni e convertirle in un sospetto, entrare in casa sua e sparare.
Però potrebbe arrivare.
E sarebbe la fine dell'unicità della razza umana, perchè il modello matematico arriverebbe a duplicarla.

Siamo agli albori di una nuova gnoseologia e gli articoli - come questo che state leggendo - la stanno definendo.

 Questo  articolo di Tim Leberecht apparso su managementexchange.com che affronta la questione Dati/Business/Persone dal punto di vista dell'intelligenza, della velocità, della socialità e del loro rapporto con il mondo. Non proprio in quest'ordine.
Ma rende.
Se non lo leggete, oggi vi siete persi qualcosa.
Se lo condivido?
Non troppo, ma le mie considerazioni le trovate alla fine.
Perché il fatto che condivida solo in parte non toglie validità ai bei ragionamenti fatti.

 

I Grandi Dati portano al Grande Business.

Sensori, tracciamento GPS, modelli matematici e intelligenza artificiale offrono alle aziende analisi e dati i tempo reale e in scala massiccia, aprendo le porte ad un nuovo modo di monitorare, targetizzare e misurare impiegati e clienti.

L'azienda di analisti Gartner prevede che le grandi aziende, adottando i Grandi Dati, saranno capaci di migliorare le performance sui concorrenti del 20% su qualunque indice finanziario disponibile.

I Grandi Dati potrebbero benissimo essere il "nuovo petrolio" ma io ci andrei piano prima di assumerli a nuova religione.

Ho paura che nel mezzo di tutta questo folle turbinio d'informazioni non non solo rischiamo di perdere una visione più olistica del business ma anche un'importante parte della nostra umanità.

Come potremmo apprezzare la qualità se guardiamo solo alla quantità?

Quanto (poco) spazio dovremmo lasciare per la creatività e l'espressione umana se noi equipariamo il vivere meglio con un algoritmo migliore?

Non sono un datafobico ma mi preoccupa che ci basiamo solo sui dati.

Non sono contrario alle metriche quantitative, ma mi chiedo fino a dove possa arrivare la loro autorità come principali indicatori delle performance di business, di società prospera e di una vita significativa.

I Grandi Dati portano certamente molti benefici, ma devono essere accompagnai dalle Grandi Intuizioni. Ecco sei ragioni che ne spiegano il perché.

1. Grandi Dati = Grande Fratello?

Steve Lohr del New York Times descrive i Grandi Dati come l'ultimo discendente del management scientifico di Taylor Invece di misurare i risultati nel posto di lavoro, che era il punto centrale del Taylorismo, ora stiamo misurando la felicità e il benessere, le nostre preferenze su quello che consumiamo, le interazioni sociali, le attività fisiche, le nostre attitudini, umori, emozioni, comportamenti e funzioni corporali, in altre parole, stiamo misurando la nostra vita.

Certamente, in qualche modo, applicazioni "auto quantificanti" possono permettere all'individuo di esercitare un maggiore controllo sulle sua vita.

Tuttavia, così facendo, stiamo ampliando l'influenza diretta del business all'interno della sfera privata, mercificandola e colonizzandola con la scusa dell'auto-miglioramento.

Per molti di noi il rifiuto di misurare e quantificare quei pochi spazi sacri della nostra vita che ci sono rimasti è l'ultimo bastione contro la pervasità del commercio.

2. I Grandi Dati non sono sociali.

Noi esseri umani siamo animali sociali . Le ricerche dimostrano che le relazioni, specialmente l'amicizia e il matrimonio, sono i fattori chiave per la nostra felicità e realizzazione.

I nostri cervelli sono connessi per natura, i nostri cuori e le nostre menti hanno sviluppato  una straordinaria capacità di empatia e di simpatia nei confronti degli altri esseri umani.

Mostriamo compassione, sbalzi d'umore, rileviamo segnali non verbali sottili, tolleriamo o abbracciamo, accettiamo e rifiutiamo, amiamo e odiamo, sperimentiamo con tutti i nostri sensi, agiamo irrazionalmente e perdiamo anche il controllo.

Questi tratti distintivi fondamentali della nostra umanità sono minacciati dalla "matematizzazione della soggettività" (così come la chiama Leon Wieseltier ).

Recenti studi sociali sulla genomica suggeriscono che non solo la nostra produttività, ma anche la capacità evolutiva di connettersi con gli altri è diminuita con il sovraccarico d'informazioni digitali che riceviamo.

 3. I Grandi Dati creano Piccoli mondi

La moralità è una conseguenza dell'empatia. Eppure, nella nostra epoca di iperconnettività siamo sempre più di fronte alla sfida di riuscire a collegarci con gli altri le cui opinioni, valori, credenze, fede e cultura sono differenti dalle nostre.

Così come la tecnologia digitale è diventata più sofisticata nella personalizzazione e customizzazione delle nostre esperienze sociali, sia online che offline, basandosi sulle nostre preferenze, i nostri Like e le nostre abitudini di navigazione online,  siamo sempre più bloccati nel nostro mondo - la "Bolla filtrata", così come la chiama Eli Pariser, progettata da algoritmi intelligenti per venirci incontro con contenuti, cultura ed aziende che conosciamo già e che ci fanno sentire bene.

A noi non piacciono le persone e le cose che sono differenti da noi e alimentiamo, in questo modo, un circolo vizioso fortemente limitato dal punto di vista sociale e culturale.

4. I Grandi Dati ci rendono più "intelligenti" ma non più saggi

I nostri mondi basati sui dati non solo sono sempre più piccoli, ma stanno diventano sempre più veloci. I flusso delle informazioni in tempo reale ci spinge a reagire ai feedback costantemente ed immediatamente.

Giocando sul titolo del libro del 1970 di Alvin Toffler "Future Shock", Douglas Rushkoff definisce il nostro stato mentale corrente "Present Shock", lamentando "una diminuzione di tutto ciò che non sta succedendo in questo momento e l'assalto di tutto ciò che si suppone sia".

La visione è quello che i Grandi Dati non possono fornire.

I Dati potrebbero darci informazioni in fretta, ma per decisioni importanti da prendere velocemente l'intuizione è molto più adatta.

Prasad Kaipa e Navi Radjou, in un recente libro, sollecitano gli imprenditori  a "muoversi dall'intelligenza alla saggezza". Hanno centrato il punto. Organizzazioni intelligenti e i loro dirigenti prosperano sul feedback costante. Intelligente è veloce.

Saggio, comunque, è lento. Organizzazioni e dirigenti saggi hanno bisogno di tempo e se lo prendono. Il tempo di una pausa. Per la riflessione. Il tempo per non fare nulla. Per trovare il segnale in mezzo a tutto questo rumore.

 5. I Grandi Dati sono troppo ovvi.

"Puoi gestire solo che puoi misurare" - davvero?

La crisi finanziaria ha dimostrato che gestamo male quello che misuriamo e che abbiamo fallito le fusioni, fallito il lancio di nuovi prodotti, abbiamo visto crisi reputazionali e i disastri sui Social Media...in breve le sconnessioni culturali all'interno delle organizzazioni, e tra le marche e il loro pubblico, indicano che abbiamo bisogno di gestire meglio quello che non possiamo misurare.

I dirigenti ora hanno bisogno di "menti opposte", così come le descrive il pensatore Roger Martin.

I Dati non analizzano l'ambiguità. I capi d'azienda del 21° secondo non saranno più valutati in base a quanta incertezza possono eliminare ma da quanta ne possono tollerare nel loro business.

6. I Grandi Dati non donano (o perdonano) 

I Dati potrebbero essere in grado di prevedere nuovi problemi o di trovare nuovi soluzioni a problemi esistenti, ma solo l'intuizione umana e l'ingegno possono arrivare a definire nuove idee innovative. Questo è un dono che solo l'uomo ha - quello che crea un "eccesso di comprensione", un senso di meraviglia e un significato che va oltre la reciprocità, oltre la semplice risoluzione di un problema o soddisfare un bisogno funzionale.

Per lo stesso motivo, se quantifichiamo tutte le nostre relazioni, non ci sarà più alcun spazio di manovra per la discrezione umana e la nostra capacità unica di dimenticare, e anche se non possiamo dimenticare, di perdonare.

Proprio perché abbiamo spesso sentimenti contrastanti sulle persone e i loro comportamenti, il nostro giudizio può non essere sempre lineare.

Questo significa che siamo in grado di valutare e rispondere ai comportamenti ambivalenti con molte sfumature - possiamo apprezzare l'intenzione al di là dell'esito finale se vogliamo, e possiamo scegliere di accettare il fallimento come un prerequisito dell'innovazione.

Ed è molto difficile capire come possiamo collaborare con gli altri e come possiamo progredire verso una meta senza la capacità di perdonare.

Quindi come possiamo utilizzare i Dati con buon senso senza esserne ossessionati? Dove sta la via di mezzo? Come innovatori, analisti di mercato e dirigenti d'azienda dobbiamo costantemente difendere e spingere per affermare Grandi Intuizioni.

Resistiamo alla fretta dei dati e prendiamo tempo per tornare all'essenziale, in modo da essere veloci quando davvero è importante, non come metodologia. Diamoci una moratoria dai dati ogni volta che è importante riflettere su ciò che è veramente importante per noi e le nostre organizzazioni.

"Hackeriamo" i Grandi Dati con piccole azioni di attrito

De-stigmatizzare le intuizioni è una pratica che ci può condurre nella gusta direzione meglio di quanto pensiamo.

E usiamo i Dati per raccontare le nostre storie, non permettiamo ai Dati di essere la nostra unica storia.

Dobbiamo essere capaci di ascoltare e di dare anziché solo filtrare, targetizzare ed analizzare.

Non dobbiamo ridurre le persone a profili e grafici e combattere per vittorie nel breve termine per quegli obiettivi su - quello che Rushkoff definisce - "il campo di battaglia algoritmico", anche a costo di perdere i cuori e le anime delle persone che serviamo nel lungo termine.

I Dati possono darci l'illusione della verità oggettiva, certamente, ma alla fine della giornata i nostri dipendenti e clienti non sono interessati alla verità, cercano esperienze per farli sentire veri, per farli sentire bene.

In altre parole loro cercano autenticità.

Questa  piccola, ma fondamentale, differenza tra la verità e l'autenticità è quella che offre ai nostri marchi, alle nostre aziende e alle nostre vite un senso.

Nessun dato può riempirlo.

Solo gli esseri umani.

Fine.
Ve l'avevo detto che era interessante.

Forse l'unico vizio di tutto il ragionamento sta a monte: conoscenza e processo decisionale sono due momenti differenti e i Grandi Dati servono ad acquisire maggiori informazioni in modo che quando dobbiamo esercitare intuizione, passione ed applicare una visione per prendere una decisione, ne sappiamo di più.

Categorizzare l'esperienza umana per costruire un modello comportamentale ed agevolare l'investimento pubblicitario non è "male" perché aiuta anche il destinatario ad avere meno rumore ed ad ottenere informazioni solo di ciò che si incasella con le sue passioni.

Comunque la questione è complessa e non si esaurisce certamente qui :-)
Avete, per esempio, i commenti qui sotto per continuarla, se vi interessa.

[l'articolo di Leberecht originale lo trovate QUI]