Tempo fa avevo scritto un articolo sul mio blog dove dicevo di odiare Wired. E di amarlo.
Ma c'era, per quanto esagerata, una vena "polemica".
(per i masochisti, questo è il link)
Non mi era ben chiaro il motivo di questa insofferenza.
Oggi lo è un po' di più.
Mi è venuta l'illuminazione dopo aver rilanciato uno status di Antonio Lupetti e averci aggiunto un po' di pane e salame: "Nella Silicon Valley fanno le startup. Qui in Italia facciamo le presentazioni. E le tavole rotonde e i workshop e i premi e cene e i buffet..."
Ora, prendetemela come una "provocazione": ma finalmente ho capito.
Adesso posso dire che la colpa di questo gioco di lustrini sulle startup è di Wired.
È solo colpa di Wired.
È colpa di questo magazine fashion geek che presenta un mondo tecnoglamour dove l'innovazione e la creatività, i visionari e gli scienziati pazzi sono la realtà vincente, il modello quotidiano da imitare, quelli che ce la fanno a prescindere dal contesto.
E tutto ciò, per l'appunto, nonostante una realtà a dir poco non performante che li circonda.
Anzi, proprio il resto della quotidianità lavorativa ed economica, così grigia e senza fantasia, fa brillare i glamourgeek.
Oddio, Wired fa bene il suo lavoro, non voglio dire che non dovrebbe farlo. Ma è innegabile che abbia catalizzato il fervore religioso di tutti i piccoli imprenditori dalla vocazione tecnofuturistica che si sono visti "protagonisti" di questo cambiamento in potenza - quasi in essere -, che sta immaginando e creando il domani giorno dopo giorno e che ha un bisogno smisurato delle loro idee e della loro voglia di fare azienda, per il paese, per loro stessi, per il futuro.
Una generazione finora chiusa negli sgabuzzini che è diventata la salvatrice di un mondo che sta deragliando.
L'economia in declino ha certamente aiutato a far sognare altre strade che premiano le idee.
E quanti non pensano che le loro idee siano migliori degli altri?
In breve tempo è diventato improvvisamente figo sviluppare app e smanettare sul computer pensando al domani.
Ma figo proprio figo, figo da fighi, di quelli che immaginando il futuro riescono anche ad abbordare ragazze.
Il geek non si fa più le pippe in camera attaccato alla webcam: è il Salvatore, è quello desiderato e che potrà un giorno fare un sacco di soldi grazie alle sue capacità.
Aggiungete a questo scenario tutto italiano qualche filantropo che ci fa business in modo innovativo e decisamente asincrono rispetto al modello standard "del nordest" (tanto per calibrare il tiro) ed ecco che arriviamo alla task force: il governo cavalca il trend, chiama a raccolta alcuni dei simboli del movimento, arrivano le proposte che sembrano l'inserto speciale di Wired e un po' di soldi che dovrebbero cambiare il mondo.
E siccome è tutto così cool, a tutti i livelli il modello trendynerd permea la società, arrivando alle tavole rotonde di paese, diventa il momento intelligente della sagra di turno, piovono angeli per le startup che, spinti da questo rinnovato entusiasmo a far fruttare i loro - spesso esigui - capitali.
C'è la pochezza di molti progetti, c'è l'entusiasmo eccessivo di molti startupper che non hanno mai lavorato davvero, ci sono un sacco di buone idee che non vengono neppure notare e non vedranno mai la luce.
Ma finché c'è Wired che come un faro illumina la strada della mondanità geek...c'è speranza.
Dico che dovrebbe avere dei finanziamenti statali: per una parte trasversale di società ha la stessa funzione del calcio e delle trasmissioni televisiva inebetenti, il catechismo per i bambini...voglio dire: fa sognare che sia possibile anche in Italia il lancio e l'affermazione nuovo Google.
Ma guardiamoci bene negli occhi...ci credete davvero?