Native advertising e markette: la differenza tra contenuti commerciali professionali embedded e l'influencer marketing fai da te: capire a chi rivolgerci è fondamentale nella pianificazione delle attività di promozione social.

consiglio in un orecchio

Dopo aver visto, nel recente post di qualche giorno fa, che cosa si intende per native advertising, proviamo a capire in che cosa questo si differenzi dai consigli per gli acquisti più o meno espliciti che affollano moltissimi blog. Le cosiddette 'markette', infatti, hanno purtroppo 'invaso' la blogosfera, soprattutto nei blog che parlano di moda ed abbigliamento, ma anche nei foodblog (poteva forse mancare un riferimento foodie in più di uno dei miei post? no, naturalmente).

Saltando a piè pari la celeberrima Ferragni, nel cui blog TUTTO è PROMOZIONE, nel senso che non esistono contenuti che non siano creati, prodotti e condivisi per mostrare e promuovere abiti, scarpe ed accessori (tanto che la Ferragni stessa ora firma collezioni di ehm, moda), il fenomeno dei post 'sponsorizzati, spesso non in cambio di una retribuzione vera e propria bensì solo ed esclusivamente dell'invio alle/ai blogger di merce gratuita in cambio del post stesso, ha dato il via ad una preoccupante quanto dilagante proliferazione di blog che nascono con l'esclusivo scopo di racimolare oggetti gratis, da parte di persone con scarse o nulle competenze professionali ma grande disponibilità a "vendere" i propri testi/la propria immagine. 

Le conseguenze di questo fenomeno in molti casi oscillano tra il disastroso ed il comico, o meglio, il tragicomico, a causa proprio della totale assenza di professionalità e competenze da parte di chi spera di 'trasformare questa mia passione per la moda/ la cucina in un lavoro vero e proprio' (cit.) Fateci caso e lo troverete nel 95% delle bio.

Tralasciamo in questa sede la totale e drammatica ignoranza delle elementari regole di grammatica, ortografia e sintassi, per non parlare delle basi di fotografia e post produzione, che a volte più che 'promuovere' il malcapitato brand non fanno che danneggiarne l'immagine senza alcun pudore. Nei casi più eclatanti le cosiddette blogger si limitano a copincollare brani presi dal sito dell'azienda stessa, o comunicati stampa mal scritti da uffici marketing improvvisati, o impiegati commerciali a cui viene chiesto di occuparsi delle seccature 'a tempo perso'. Spiegatemi perchè sarebbe astuto mandare merce gratis a gente che si limita a copiare pari pari il vostro sito, perchè francamente mi sfugge.

Poco tempo fa è emersa anche una accesa polemica al riguardo, dovuta alla "scoperta" di gruppi di bloggers su Facebook nati con lo scopo di scambiarsi commenti per 'alzare' ingannevolmente gli indici (relativamente affidabili già di per sè) di visibilità dei blog stessi. In pratica le bloggers si commentavano a vicenda, allegramente, appassionatamente e deliberatamente, per illudere le aziende in merito alla loro influenza ed ottenere così più vestiti gratis, o per essere invitate agli eventi etc.

Il problema di questo fenomeno è la progressiva perdita di credibilità dell'intero sistema: quello che all'inizio sembrava un positivo segnale di democratizzazione delle opinioni, reso possibile dalla natura stessa del Web, in grado di destabilizzare l'egemonia a volte dogmatica del fashion system e delle grandi riviste, che dettavano legge decretando con un solo assassino sguardo di Anna Wintour  & co. fortuna o sventura di stilisti noti ed emergenti, ora sta dimostrando tutti i suoi limiti e svantaggi, per tutti tranne quelle due o tre fortunate 'elette' che davvero riescono a guadagnare da questo tipo di attività, e non hanno alle spalle una famiglia in grado di sostenere economicamente quello che in realtà non è che un costoso hobby con qualche piccolo benefit, non certo un lavoro vero e proprio.

Teniamo comunque presente che molto spesso il 'successo' di questo tipo di blog è determinato da cospicui investimenti di promozione e sponsorizzazione del blog stesso, risultati che difficilmente una giovane indipendente può ottenere con i propri mezzi, per quanto dotata e capace. In alcuni casi succede, ma è raro. Parecchio raro.

Dal mo punto di vista, non essendo io una fanatica di moda o, in termini più ampi, di "lifestyle" il fenomeno mi preoccupa e mi rattista dal momento in cui si è rapidamente propagato ai cosiddetti "foodblog" (che invece mi interessano ben di più). Ben venga la sperimentazione, ben venga la democrazia e la libertà di opinione, ma quando tutto questo si traduce e si riduce in un cicaleccio vuoto ed inutile, dove ben poche voci oneste e preparate si disperdono nel rumore bianco di una sterminata moltitudine di contenuti di bassa qualità, scadenti e per niente affidabili/credibili, tutto questo non ha più senso.

Il problema si pone quindi per le aziende, e per le agenzie di web marketing, per le quali distinguere i blog e  gli influencer a cui affidarsi diventa sempre più arduo. Ho già linkato questo tumblr in altri miei post, ma non mi stanco di rifarlo: si tratta di una raccolta di email e messaggi REALMENTE inviati dalle bloggers alle aziende nella speranza di ottenere merce gratis in cambio di visibilità. Fatevi un giro, è tutto autentico, strafalcioni e massacri di lingua, stile e buonsenso inclusi.

Vero è, purtroppo, e chi lavora nei social lo sa fin troppo bene, che esiste anche il rovescio della medaglia: aziende ed agenzie 'furbette' che cercano di ottenere post, tweet e foto, quindi contenuti veri e propri, gratis, oppure siti e magazine online che richiedono contenuti a titolo gratuito, con la solita storia che 'ti pago in visibilità'. Solo che con la visibilità non ci paghi le bollette, purtroppo.

Ecco, neppure questo è giusto. Credo, e sono certa che molti concorderanno con me, che l'attività di produzione di contenuti specifici per il cosiddetto native advertising, ovvero messaggi costruiti in modo professionale per integrarsi nel resto dei contenuti pur trasmettendo in maniera trasparente, corretta ed efficace un messaggio pubblicitario e promozionale sia molto diversa dalle cosiddette markette, e vada svolta, appunto, con impegno, attenzione e professionalità.  E come tale vada di conseguenza REMUNERATA.

Ma allora come capire quando conviene dire no, grazie, risparmiando tempo e denaro, e quando invece ha senso prendere in considerazione una collaborazione?

Non è facile; so che alcune aziende ricevono così tante richieste da rifiutarle di default, correndo il rischio di perdere alcune buone opportunità: per dirla in altre parole, un pochino più concrete, se vogliamo, non sono tutti scrocconi, là fuori. (Ce ne sono parecchi, però.)

Ma questo post è già troppo lungo. Continuiamo a parlarne sul prossimo, nel frattempo, naturalmente, commenti, osservazioni e domande sono più che benvenuti.

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