Letto per voi (ma soprattutto per me):  'Osti sull'orlo di una crisi di nervi", il libro di Valerio Massimo Visintin, critico gastrononomico anonimo ma parecchio conosciuto del Corriere della Sera. Ecco perché ve lo consiglio.

Mi è arrivato giovedì, con la proverbiale puntualità di SDA nell'individuare l'unico momento davvero critico per suonare il campanello, quando carica di borse ed orpelli, al settimo e definitivo cambio d'abito prima dell'unico appuntamento davvero importante degli ultimi diciottomesicirca (e naturalmente in ritardo) stavo rischiando la vita della sottoscritta e dell'infante per scendere dalle scale senza rovinare vergognosamente a terra. E' rimasto lì in borsa tutto il giorno, finché verso le ottoemezzanove, allettati i pupi, sono finalmente riuscita a divorarlo in un sol boccone, decidendo circa tre secondi dopo di scriverci su un post. (Visintin, mi perdoni, non aggiungo altro).

osti_orlo_crisi_nervi_visintin Lo ha scritto Valerio Massimo Visintin, critico gastronomico del Corriere della Sera noto per essere...ignoto. nel senso che lui è parecchio conosciuto, temuto (e anche contestato) ma nessuno sa che faccia abbia.

Non ho ben capito come abbia fatto, ma questo misterioso uomo, che si palesa alle presentazioni dei suoi libri ed alle interviste vestito interamente di nero, passamontagna, occhiali e cappello inclusi, nell'era di Facebook, di Internet,  del Grande Fratello, dell'Nsa che ci spia in bagno e in camera da letto, nell'epoca di Julian Assange e dei caricatori di Iphone con software spia che sembra siano stati distribuiti al G20, questo signore sembra essere riuscito nella mirabolante impresa di mantenere completamente segreta la propria identità. 

Di questa  indubbiamente non facile, ma per lui imprescindibile scelta professionale, Visintin parla nel primo capitolo del volume, concludendo con una frase che la dice lunga: "Non c'è un granello di eroismo in questo sano distacco. Difendo soltanto lo strumento più prezioso del mio lavoro, che è la libertà di scrivere quel che penso davvero senza debiti di riconoscenza o condizionamenti".  Il libro, uscito per i tipi di Terre di Mezzo  nel 2013 è una raccolta di diversi articoli, alcuni dei quali pubblicati da Visintin nel suo blog Mangiare a Milano, in cui il critico racconta  i i retroscena e gli incidenti, le gag e le cattive abitudini di un mondo - quello della ristorazione - bizzarro e volubile, con le sue contraddizioni e tutto il “circo” che gli ruota intorno.

Nelle parole stesse dell'autore, citando dalla premessa, "Questo è un libro, acceso, viscerale, fazioso, a tratti infastidito sino all'orlo dell'indignazione. E, per lo meno nelle mie intenzioni, addolcito dal'ironia e dall'affetto che provo, in fondo, per un mondo del quale sono cittadino anche io."

In realtà, io non l'ho trovato  fazioso affatto, ma molto ironico e divertente. Dirò di più, dirò meglio,  in alcuni passaggi  l'ho trovato addirittura esilarante: è un esempio il pezzo intitolato "Non chiamatela foodblogger!" in cui  i vizi ed i vezzi di molte foodblogger in cui mi è capitato di imbattermi in tempi non sospetti sono riuniti in una caricatura garbata ma parecchio vicina al vero (purtroppo). Intendiamoci, non, e sottolineo, non appartengo alla categoria. Il mio, direbbe la Snob, è un cazzivariblog. Qui, nello spazio messo a disposizione pour moi da Giovanni, però, mi capita abbastanza sempre di parlare di cibo, quindi sì, un pochino foodie lo sono e mi ci sento, ma non me ne vanto.

Tra l'altro, mi si dice che di recente la categoria dei-delle foodbloggers si sia  addirittura regalata una Associazione,  con finalità culturali, ricreative, promozionali e di utilità sociale, una roba davvero professionale con tanto di statuto e tutto, mica cotica.

Mi piacerebbe sapere che ne pensa Visintin, di tanta professionalità, ma diciamo che dalle poche righe fotografate qui sotto potete farvela, un'idea. foodblogger_visintin

Se mi è concessa una divagazione estemporanea,  per libera associazione mi viene da pensare al popolo dei campioncini, con il quale una mente forse più sospettosa e smaliziata della mia potrebbe, a ben guardare, intravvedere qualche sporadica sovrapposizione. Ma ribadisco, certo non io.

Intendiamoci. "¡Que vivan los foodblogger! ma per la revolución siamo ancora in alto mare".Lo ha scritto sempre lui, in un altro punto del libro, insieme ad alcune considerazioni parecchio interessanti sul potenziale ruolo liberatorio che avrebbero potuto ricoprire i bloggers in qualità di voci fuori dal coro, avulse dai tic e dalle idiosincrasie di un mondo, quello della ristorazione, che "impasta in un unico calderone giornalisti, chef e ristoratori, svilendo la credibilità di chi pratica il (mio) mestiere" (quello di  critico gastronomico, ndr). Un'occasione evidentemente mancata, e qui concordo pienamente con l'autore, visto che, sempre citando dal libro, " il popolo dei blogger amatoriali [...] celebra, insomma, un deludente dejà-vu, facendoci mancare una voce alternativa, dissonante, scevra da influenze e comunelle." Nel volume, però, Visintin parla di parecchie altre cose, svolazzando con mirabile equilibrio lungo il labile confine che separa, o meglio unisce, tragedia e commedia: narra, tra le altre cose, dal suo dolore per l'apparente odio che molti ristoratori sembrano nutrire verso cappotti e cappelli, costringendo i poveri avventori a rassegnarsi ad adagiarli, sciupandoli inevitabilmente, sullo schienale della propria stessa sedia, pregando almeno sette divinità minori che il destino abbia pietà di loro. Mi è successo di recente, tra l'altro con il mio cappotto rosso preferito, e confesso che il pensiero delle inevitabili spiegazzature, a dispetto di un guardaroba capiente quanto desolatamente vuoto in prossimità delle toilette, di cui nessuno in sala si era benché minimamente sognato di fare menzione e che ho scoperto solo un istante prima del dessert, ha influito considerevolmente nella mia esperienza gastronomica. Proseguendo con la lettura del libro, non mancano esilaranti riferimenti alla concreta e reale difficoltà di svolgere quella che almeno in teoria sembrerebbe la principale ragione per la quale ci si reca nei ristoranti, ovvero nutrirsi (anche senza fotografare e instagrammare ogni pietanza, prima, sì, è ancora possibile e perfettamente legittimo, almeno per ora). Difficoltà generata dal totale disprezzo del sano principio dell'isolamento acustico, inspiegabilmente trascurato dai designer in favore delle più appariscenti e remunerative contaminazioni artisticoletterarioarchitettoniche, della scelta di piatti e vettovaglie che non richiedano arti bionici per espletare alla funzione tattica di raccogliere il cibo dal fondo del piatto, di posate che non richiedano  una laurea in ingegneria meccanica solo per comprendere come impugnare, lasciamo stare utilizzarle... c'è di che sorridere, ma soprattutto, molto su cui riflettere, in questo libriccino, comodo da leggere dovunque tanto quanto un Kindle, o forse più.  Ve lo consiglio. Sia che siate ristoratori, titolari di pizzerie, osterie, trattorie etc, ovvero apparteniate al genere (non del tutto) umano degli Osti sull'orlo di una crisi di nervi, sia che siate semplici e banali (si fa per dire) clienti. Mai come in questo caso, dunque, calza a pennello l'invito con cui mi appresto a concludere questo mio esageratamente prolisso consiglio gastroletterario: buona lettura!  (Tutti i virgolettati in grassetto sono, chiaramente, citazioni dal libro. Se vi ho incuriositi abbastanza da mettervi, diciamo, appetito, lo trovate qui.)