Parliamo di Telegram, il nuovo servizio anti Whatsapp che ha guadagnato oltre cinque  milioni di nuovi utenti in meno di ventiquattro ore. E dei vantaggi che porta con se rispetto a Qhatsapp. E voi, ci siete su Telegram?

telegram app iphone

Fedele (finchè dura) al mio proposito di non ammorbarvi con inutili tutorial di cui internet trabocca, oggi vi parlo di Telegram. Io l'ho scaricato due o tre giorni fa, visto che a quanto pare è l'unica Live Chat a cui mio marito abbia deciso di iscriversi, e mi viene abbastanza comodo per mandargli la lista delle cose da comprare alla Coop prima di tornare a casa la sera, o qualche link carino in cui mi accade di imbattermi durante il giorno, etc. Prima usavamo gli essemmeesse, una cosa un pochino hipster,ma tanto carina, oramai, o Hangout di Google, ma senza troppa convinzione.

Adesso usiamo Telegram. Figo, Telegram.

Ci puoi fare un sacco di cose carine, come condividere le immagini, i video (con file di peso superiore a quanto concesso da Whatsapp, che più di dieci secondi di video non li manda manco a morire.

Poi, a me non serve, per dire, ma ha in più la comodissima funzione "snapchat", ovvero la possibilità di settare un timer di scomparsa dei messaggi per cui tu mandi un messaggio di quelli un po' così, o le fotine sexy, magari, e se non sei proprio sicuro al cento per cento del tuo interlocutore / della tua interlocutrice zac! dopo pochi secondi dalla visualizzazione sparisce, e chi ha mai visto-detto-spedito niente.

A differenza di Whatsapp, poi, funziona anche da PC, e le API key sono pubbliche, il che significa che è virtualmente disponibile su qualsiasi supporto, basta che qualcuno compili il programma.

Vogliamo mettere, la comodità di averlo anche sul pc, e lavorare chattando?
Come se non bastasse la pagina FACEBOOK inesorabilmente aperta ad abbassare drasticamente la nostra soglia massima di concentrazione, ora c'è anche Telegram.
Roba da spegnere l'antenna Wifi, se non ci servisse appunto per lavorare.

Il mio smartphone si è appena acceso, mentre scrivo.
In alto a sinistra la piccola icona di Telegram mi notifica che altri due dei miei contatti in rubrica si sono appena aggiunti, e probabilmente prima della fine di questo post ne riceverò altre, di notifiche simili.

E' boom per Telegram. E probabilmente durerà, sarà tra le icone in home page. Ma perché questo successo improvviso e repentino?

Semplice curiosità da nuova app?
Per noi social media geek, probabilmente, sì, nel senso che per una sorta di "deviazione professionale" siamo tendenzialmente portati ad intasare le schermate dei nostri indaffaratissimi aggeggi tecnologici con zilioni di app che useremo forse una volta o due, salvo le dieci quindici davvero indispensabili per respirare, che alla fine sono sempre le solite.

Ma per tutti i milioni di nuovi utenti che stanno sbarcando in queste ore su questa nuova piattaforma, dubito che la curiosità sia un motore sufficiente... non so voi, ma io intrattengo con alcuni amici conversazioni spezzate tra Facebook messenger, commenti sui post, Whatsapp, Twitter (sia Tweet pubblici che Direct messages) e commenti su Instagram, tanto che a volte diventa complesso raccapezzarsi senza perdere il filo del discorso tra i vari social.

Non sentivo particolare necessità di aggiungere un nuovo canale, se non, appunto, il semplice fatto che essendo l'unica accettata dal mio pur tecnologicissimo e supergeek (parecchio più di me) marito, sarebbe stato quantomeno scortese non aderire al suo invito.

Nikolai e Pavel Durov, i fondatori di Telegram (ma soprattutto del social network russo Vkontakte) hanno dichiarato di essere stati parecchio sorpresi e quasi spiazzati da questo inatteso boom, scoppiato in concomitanza con l'acquisto di Whatsapp da parte di Facebook ed il successivo black out proprio di Whatsapp lo scorso weekend. Panico paura.

E' forse la sindrome da dipendenza da chat a spingere un numero così elevato di utenti a rivolgere subito l'attenzione ad un nuovo servizio, non appena ci sentiamo "minacciati" da un temporaneo malfunzionamento di Whatsapp? O il nemmeno tanto vago timore davanti alla crescente penetrazione operata da Facebook su ogni aspetto delle nostre vite, sia pubbliche che private (illudiamoci pure, per un secondo, che lo siano)?

Una mia amica, sposata ad un ragazzo proveniente da un paese molto meno democratico del nostro, un paese in cui anche oggi, nel 2014, le persone scompaiono da un giorno all'altro, arrestate senza la minima pretesa di necessità di una ragione effettiva, persone che vivono nella costante certezza di essere spiate, seguite, limitate e condannate senza appello e senza diritti, mi raccontava dell'assoluto stupore del marito nel constatare con quanta spensierata leggerezza noi "occidentali" consegniamo volontariamente le nostre vite, in ogni dettaglio, ai social.

Roba da far brillare gli occhi ad anonimi agenti dallo sguardo di ghiaccio, roba da cena aziendale celebrativa di Fsb, Nsa, Cia, Securitate eccetera (quelli dell'AISE arrivano per il caffè, che stanno a ricaricà a batteria ner Nokia, sto benedetto Snake ogni volta gliela scarica durante gli appostamenti, 'no strazio, guarda).

Effettivamente un certo grado di "preoccupazione" in merito alla crescente longa manus della diabolica creatura di Mark Zuckerberg si registra eccome, in particolare dopo le recenti acquisizioni di Whatsapp e Instagram.

Ma, qui, tra me e voi, che non ci senta nessuno, siamo sinceri:  nessuno con un minimo di sale in zucca può davvero credere che esista per noi comuni mortali e cittadini privi della tecnologia di Q e delle mirabolanti capacità sovrannaturali di Bond, James Bond, la concreta possibilità di nascondere lo sterminato fiume di tracce fisiche e virtuali che ormai ogni nostra azione lascia dietro di noi.

"Ciò che noi chiamiamo con il nome rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo." cantava il Bardo in tempi non sospetti. Parlava d'amore, che se lo leggi al contrario si chiama guerra, ed in entrambi i casi tutto è lecito. E sotto il fulgido ed apparentemente inattaccabile pretesto della "guerra al terrorismo" e della fantomatica "sicurezza" (da chi, da cosa?) ci ostiniamo a permettere a uomini e donne senza volto di entrare e rovistare nelle nostre vite, nelle nostre conversazioni, nelle nostre immagini. Tessere della palestra, del supermercato, di qualsiasi fidelity program, acquisti online, videocamere di sorveglianza, batterie di smartphone spenti, sistemi di sicurezza, social network.

La privacy è una grande, grandissima illusione, e cammina di pari passo con l'assoluto protagonismo che è tra i mali peggiori della società contemporanea.

Peggio della sensazione di essere costantemente osservati, spiati, controllati, c'è solo un timore, notevolmente più devastante ed insidioso: il sospetto, il subdolo terrore o in alcuni casi la sconcertante certezza che in realtà agli altri non importi un fico secco di chi siamo, cosa facciamo, dove mangiamo e con chi. E allora andiamo in oversharing, con il serio rischio di ritrovarci, invece che a condividere le cose che facciamo, a scoprire un bel giorno di stare in realtà solo facendo cose per poterle condividere.

Prospettiva terrificante che suona più di concreta possibilità che di remota probabilità, almeno per quanto riguarda la sottoscritta, che per dirne una tende a cucinare più per fotografare che per mangiare.

La domanda che mi rimane, a prescindere dall'app a cui ci ancoriamo saldamente nella vana speranza di non svanire nell'informe grigiore della pazza folla senza però ritrovarci a svendere o regalare le nostre vite in cambio dell'illusione di non ritrovarci mai soli, esclusi, ignorati da un segno di doppia spunta senza alcuna risposta, è quanto siamo davvero consapevoli di come questi strumenti debbano rimanere un mezzo, e non un fine. 

Il limite, sapete, non è definito affatto.

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