La metropolitana delle idee

All’inizio era lo spazio.
Una dimensione su cui era facile progettare ed immaginare il futuro.

Nuovi quartieri, nuovi pezzi di città. O sventramenti dell’esistente per la costruzione di arterie cittadine di imponenti dimensioni.
Interventi sempre meno drastici, complici democrazie ed interessi capitalistici prima sconosciuti, ma comunque in abbondanza di spazio.
Se c’era bisogno di una tangenziale attorno alla città bastava mettere mano al portafoglio.
E non c’erano problemi di soldi.
I patti di stabilità non erano neppure concepibili: avanti, si costruisca, c’è posto.


La tendenza all’accentramento demografico è cosa nota. Le grandi città sono polo d’attrazione, la grande luce per le falene che dai centri più piccoli accorrono per godere di servizi, possibilità ed estendere i propri contatti sociali.

Quando le nostre città si sono congestionate, abbiamo scoperto il tempo.

Una direttrice interessante su cui lavorare per dilatare offrire più servizi.
Tempo ottimizzato, ampliato, corto o continuato.
Il tempo entra prepotentemente nell’ultimo secolo, aggiungendo una prospettiva che prima rimaneva legata al ciclo biologico: utilizzando il tempo in maniera differente le città riuscivano ad ampliarsi, senza utilizzare nuovi terreni.
Se una fabbrica non può contenere più dipendenti si fanno “i turni” per garantire a quella struttura la resa più alta.
Se i corsi in una università sono troppo affollati si suddividono gli studenti in orari di lezione differente, così una stessa aula garantirà una produttività maggiore.
E per evitare le congestioni nelle zone industriali ecco chi comincia alle 6, chi alle 7, alle 8 o alle 9.

Ma anche il tempo, tirato al limite, si stressa, si deteriora e si consuma. Infatti nel tempo e nello spazio si muovono gli uomini.
Il tempo, anzi, esiste solo perché esistono gli uomini, che lo percepiscono come tale.
Il tempo è nella testa delle persone. E sono loro che si stressano e si consumano, nell’utilizzo forzato ed eccessivo del loro tempo.
Molti si accorgono che è una risorsa e che non va sprecata. Il tempo è vita.
E quindi costa.

Poi, venti anni fa è arrivato il web, la terza dimensione delle nostre città: il tempo e lo spazio ci sono sembrati di nuovo sufficienti, perché con internet era possibile reinventarli.

Aggiungere servizi, monitorarli, raccogliere istanze.

Un problema strutturale a monte non permetteva a questa direttiva metageografica di essere numericamente incisiva come per le prime due: ad oggi circa un 50% degli italiani, nelle loro case, non hanno la connessione al web.
Gli altri hanno spesso una connessione con evidenti limiti di banda.
Molti altri sono connessi tutto il giorno, ovunque vanno, grazie a tablet e smartphone.
Per la prima volta nella storia così tante persone sono connesse, possono essere raggiunte e comunicano tra di loro con un unico strumento.
E praticamente in real time.

Non è ancora uno strumento maturo. Esiste da vent’anni. E per quanto veloce corra la tecnologia sarebbe come dire che l’arte della costruzione delle case, dalla sua invenzione, in venti anni, fosse arrivata alla maturità.

Con il web i cittadini che si possono incontrare condividendo uno spazio cittadino in un determinato tempo, possono condividere per tutto il tempo questo spazio virtuale illimitato.
Hanno solo bisogno di strumenti, applicazioni, siti capaci di raccordarli, offrire possibilità interagire, di “fare” in città.
Non so se sia giusto dire che i siti dei comuni delle città fanno mediamente pena, in quanto si limitano - nella stragrande maggioranza dei casi - alle informazioni basilari o obbligatorie per legge e poco o nulla hanno ancora fatto per far diventare il web un’opportunità cittadina di dialogo, incontro, business e sviluppo.
Non è giusto perché, come detto prima, il web è troppo giovane per fare le pulci ad una macchina amministrativa, politico-burocratica, farraginosa e lenta a recepire i cambiamenti.
Però - seppure più che di web 2.0 sia giusto parlare di web 0.2 beta - sempre più amministrazioni si rendono conto di quanto questa direttrice sia importante e si prodigano per recuperare il terreno perduto con app, siti specializzati per erogare servizi, investimenti anche sui siti istituzionali delle città.
Resta un limite: anche su web, per fare le cose fate bene, ci vogliono investimenti e soldi. Non come costruire una strada, per carità Ma non sempre i bilanci lasciati ai comuni lasciano molti margini di manovra, soprattutto quando il comune è piccolo e meno si può fare con le risorse a disposizione.
Certo, potranno ragionare ad “area” o a “distretto”, ma i tempi si allargano.

Il web resta comunque uno “strumento” e la differenza la farà tutto quello che utilizzerà web per connettere le persone della città: smartdevice, pannelli luminosi informativi, applicazioni....

Per sua natura una città che si pone in quest’ottica e che si espande in questa direttiva è sì una Smart City, la “city” diventa stretta.
Tanto stretta.

Per il cittadino che fruisce un servizio poco cambia se lo sta ricevendo sul suo telefono dalla regione, dalla municipalità o dall’Unione Europea.
Un servizio che lo aiuta a fare qualcosa (o a farlo “meglio”) per vivere quello spazio cittadino che lo circonda può arrivare da qualsiasi fonte, l’importante è la sua funzione.
Tutti gli abitanti del mondo possono essere concittadini virtuali di quella Città intelligente.
Mi sembra chiaro poi che la singola municipalità sia interessata ad erogare servizi direttamente, sia per sostituire obsolete pratiche e prassi fisiche, per andare incontro alle nuove esigenze dei cittadini connessi 24 o per al giorno o per anticipare necessità con visione sul lungo termine.
Nascono così newsletter per mantenere aggiornati i cittadini, apps per prenotare i libri in biblioteca, portali anagrafe 2.0 per le autocertificazioni o richiedere particolari documenti, SIT che si evolvono fino alla raccolta via web dei documenti necessari per l’edilizia, monitor intelligenti con programmazioni ad hoc in ogni situazione dove vengono esposti, e via discorrendo.

Ognuno di noi vive all’interno di una spazio urbano - in una piccola o in una grande città - che definisce i limiti della sua esperienza quotidiana. Usa poi spazi sempre più grandi con una frequenza - generalmente - proporzionalmente minore.

Quindi il concetto di smart city funziona, è adatto per interpretare le necessità dei suoi abitanti.
Ma, c’è sempre un “ma”: il web tende a farti sentire parte di un tutto più grande.
E tutto questo far west di servizi che le città forniscono - o hanno iniziato ad erogare - nella maggior parte dei casi parlano solo con se stessi o, al massimo, con le altre applicazione che lo stesso sviluppatore è riuscito a vendere.
Finché parliamo dell’applicazione che gestisce il sito istituzionale del comune, la gestione documentale delle delibere, il software di gestione per la stampa delle carte d’identità...l’interesse per farle comunicare con quelle degli altri comuni è decisamente ridotta.

Ma quando cominciamo a parlare di servizi erogati da web, il fatto che ci possano accompagnare di città in città con le stesse modalità e strumenti, sarebbe una cosa auspicabile.

Da qui si impone l’idea di una quarta dimensione, che vada oltre la city ed abbracci una collettività più grande possibile: una dimensione che rappresenti e aiuti a veicolare il pensiero collettivo, l’intelligenza della massa critica dei cittadini che interagiscono nelle prime tre dimensione.

Di fatto con il web e i protocolli condivisi si crea una quarta dimensione, un’infrastruttura moderna che è stata esplorata dal protocollo http e tutti i servizi che è riuscito ad erogare su scala mondiale. La mobilità in questa quarta dimensione è data dagli smardevice (smatphone, tablet e dispositivi portatili) interconnessi alla rete e spinti dalla socialità 2.0 diffusa.

Una dimensione che possiamo definire Metropolitana delle Idee, perchè amplia le smart city, le collega tra loro e rende facile il passaggio da una realtà cittadina e l’altra.

Come in una metropolitana le persone si accalcano, spingono, si mettono comode, cedono il posto, leggono, parlano...E come una metropolitana questo pensiero collettivo corre veloce, ha punti d’intersezione, porta la gente da un posto all’altro.

Se volessimo trovare una raffigurazione grafica delle linee delle metropolitana sono le direttrici in cui si muove la pubblica amministrazione per espletare i suoi servizi.

Premetto: nella metropolitana delle idee, la città non guarda più ai suoi servizi compiaciuta della propria "intelligenza" rispetto alle altre città, ma le coinvolge e si interelaziona, mettendosi dalla parte del cittadino, per sua natura mobile, che usufruisce dei servizi "smart" indipendentemente da dove sia, chi li eroga e con che modalità.
Si alza il livello dell'asticella pensando ad un grande spazio metaurbano servito da una metropolitana di servizi, idee e strumenti che non cambiano spostandosi da Milano a Roma. Lo spazio mentale in cui si muove il cittadino deve essere lo stesso, non incrociare compartimenti stagni. Le stazioni sono problemi amministrativi. L'utente non facciamolo scendere.

L'obiettivo (e l'aspirazione) è ripercorrere il mito della biblioteca universale, qui orientata ai servizi, alle informazioni e alla vivibilità in ambito urbano.

Ma qui entriamo in un altro argomento. Anzi, in tutte le direttrici in cui la metropolitana delle idee si dirama si aprono altri argomenti.
Che affronteremo quanto prima.